Lillo Gullo ha tutte le qualità del poeta di aforisma: prontezza puntuale e senso della situazione, incisività e gusto espressivo, misura verbale e musica efficace, riconducendo così all’unità della visione ogni oggetto mentale della sua capacità di definizione. E proprio il demone aforistico gli consente di dare forma di poesia ai tratti e ai contorni solitamente sfuggenti di cose, di atmosfere, di idee, di sensazioni. Talento che continua nel tempo, potenziandosi in concentrazione e icasticità, fino alla piena e straordinaria maturità delle ultime tre sillogi raccolte in questo libro sotto il titolo Il tamburo delle vanvere, compagine fortemente coesa e compatta pur nelle distinte tonalità delle singole sezioni, ultima delle quali in dialetto siciliano e versione italiana. È un’attitudine e direi un’innata propensione di Gullo a chiudere il cerchio del discorso poetico nel giro rapido e breve del testo, contro la prolissità della chiacchiera, tendenzialmente dominante intorno a noi. Non solo sogno di trascendenza, segno dell’ineludibilità del tempo, Gullo è poeta delle immagini fulminee, nel suo cogliere con partecipazione aspetti anche minuti della vita di ogni giorno. Ma, con la sapienza che gli deriva da una acuta sensibilità, riesce a coniugare sempre la figuratività del quotidiano con la complessa realtà del profondo, creando rapidissimi passaggi illuminati e trasfigurati dalla suggestione evocativa della sua poesia, fatta di forme delicate e sottili ironie anche quando le parole sono “sotto sale”, come evoca il titolo della seconda sezione, e con la limpidezza di una scrittura semplice e cristallina, con una sua freschissima magia lirica, anche nel felice ricorso alla lingua dialettale delle finali “Quadrelle siciliane”. (dalla Prefazione di Paolo Ruffilli)