Esemplarmente, in Tibet e altre storie, la distensione si dichiara la cifra della poesia di Claudio Gili, nelle tre parti della raccolta e nella simbolica chiusa che riferisce della circolarità del viaggio in Tibet. In tutto il libro c’è una disposizione al racconto, sia pure bloccata e resa intermittente dall’autore. Disposizione al racconto che, in poesia, si segna in un continuum ritmico-sintattico, cioè in un flusso in cui la costruzione della frase decide della sua cadenza musicale. Si tratta, intendiamoci, di un racconto esistenziale: non una storia assunta dall’esterno, ma proiettata fuori di sé, una storia mentale. Quel racconto, naturalmente, il cui filo ha l’andamento labirintico della memoria e, insieme, l’intermittenza dell’inconscio, sia pure sotto il controllo dell’intelligenza. Perché la parola, che tende a muoversi secondo un fine preciso e ordinato, poi finisce col portarsi dietro altre parole (“dentro le parole vagano cose da dire”), conducendo ma anche abbandonandosi a un movimento che è lo scorrere di tanti brandelli. La chiave di lettura di questi versi è dunque il percorso di una voce che insegue, mentre la sperimenta con intensità, una definizione della vita, con i suoi slanci e le sue ricadute. Quella vita che in mille rivoli e frammenti continuamente scivola via, scorre inafferrabile, eppure è tenuta, provata, goduta, sofferta, nella successione dei suoi istanti e delle sue parti. Tutto gonfia e palpita di un’ansia della vita (affetti, amicizie, amori e disamori), a cui tentano di opporre margini di distacco e di presa di distanza i vuoti e le sospensioni perseguiti dall’autore. Un’ansia per ciò che, si direbbe, un tempo appariva come segno di speranza e ora appare come incerto e incompiuto, in una consistenza inconsistente che è l’esperienza vera della vita e che è il fascino di questa poesia, che regala in tutta la sua potenza a chi legge, con la proiezione del sogno, anche “l’incanto / che muore”. (Dalla Prefazione di Paolo Ruffilli)