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anno 5 - N° 18
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POESIA EQUADOR : Margarita Laso

POESIA EQUADOR : Margarita Laso

13 Febbraio 2020
Conosciutissima cantante di musica popolare, si dedica da tempo alla scrittura in versi e sue poesie sono state tradotte in diverse lingue e messe in musica. Abbiamo recentemente pubblicato una sua breve raccolta intitolata “LA MEMORIA DE LOS SENTIDOS / LA MEMORIA DEI SENSI", nella traduzione di Emilio Coco. Con piacere condividiamo qui due poesie tratte dal libro.
 
SANGRE FRÍA



Es un cajón de 90 x 90 x 90. 
En él se exhibe la espléndida pitón.
Carnívora de bronce y estaño.
No oye a su mandíbula elástica quebrantar 
                                los huesos calientes de su comida. 

Está enroscada sobre su lujuria. 
Sorda y satisfecha. 
No puede estirarse pero sus anillos de serpentina 
                                              se tocan como presas heladas.
Espera su merienda.
Por medio de una persiana       
un ratón de blanco impecable 
ha sido llamado a esta cena.
Será tragado sin que medie de cascabel o crótalo 
advertencia alguna. 
Sin que una orquesta de metales le despida.
Sin una danza funeraria.

El público está atento al momento del asalto.
El ratón merodea con unos saltímetros 
esos pasitos que da en la epidermis el escalofrío. 
Sus bigotes transparentes pronto temblarán 
de una vez para siempre.

II

También yo
como la gorda constrictora
gozaré en la quietud estos banquetes.
Cada vez mis glándulas termosensibles me dirán 
si has venido a lucir tu miserable gabardina
tu cola aguzada de escalpelo.
Si has venido quizás a llevarte la piel que mudo 
o acaso
a mirarte en las placas y escudos de mi cuerpo. 

¿No ves que tendrías que limar mis escamas?
¿Que arrancarme un colmillo?

III

Ven pues     
que toda yo soy brazo que abrasa y destroza. 
Y antes de engullirte
sabrás volar 
con la sustancia tóxica que traigo en mi saliva.
Sabrás meterte en cintura.          
Y engrosarme.

Ven 
que notarás que soy ciega y siseo.
Que toda yo soy cuello y talle.
Que soy una víbora modesta.

Ven ratón que he perdido la línea.
Pero no el apetito. 

Y tampoco el veneno.


 
SANGUE FREDDO

I

È un cassetto 90 x 90 x 90.
In esso si esibisce la splendida femmina del pitone.
Carnivora di bronzo e stagno.
Non sente la sua mandibola elastica spezzare
                                          gli ossi caldi del suo pasto.

È attorcigliata sulla sua lussuria.
Sorda e soddisfatta.
Non può allungarsi ma i suoi anelli a serpentina
                                          si toccano come prede gelide.
Aspetta la sua merenda.
Attraverso una persiana
un topo dal bianco impeccabile
è stato chiamato a questa cena.
Sarà inghiottito senza che ci sia alcun avvertimento
di sonaglio o crotalo.
Senza che un’orchestra di ottoni gli dia l’ultimo saluto.
Senza una danza funebre.

Il pubblico è attento al momento dell’assalto.
Il topo si aggira con dei saltelli
quei passettini che fanno venire i brividi alla pelle.
I suoi baffi trasparenti ben presto tremeranno
una volta per sempre.

II

Anch’io
come il grasso boa costrittore
mi godrò nella quiete questi banchetti.
Ogni volta le mie ghiandole termosensibili mi diranno
se sei venuto a sfoggiare il tuo miserabile impermeabile
la tua coda appuntita come uno scalpello.
Se sei venuto forse a portarti la pelle che muto
o chissà
a guardarti nelle placche e negli scudi del mio corpo.

Non vedi che dovresti limare le mie squame?
Estirparmi una zanna?

III

Vieni allora
che sono tutta braccio che abbraccia e distrugge.
E prima d’inghiottirti
saprai volare
con la sostanza tossica che porto nella mia saliva.
Saprai filare dritto.
E ingrassarmi.

Vieni
che noterai che sono cieca e sibilo.
Che sono tutta collo e taglia.
Che sono una vipera modesta.

Vieni topo che ho perduto la linea.
Ma non l’appetito.

E nemmeno il veleno.









LA NOCHE ha terminado
y no hay agua que enjuague
tu rastro de mi cuerpo

las czardas de tineblas 
                                en mis hombros
son el beso de un lago de brea
la brea de un beso de sombras
las sombras de tu oscura saliva

no sé como sacarme las huellas 
                                de tus dientes
esos monjes hincados en los muelles del cuello
esos muelles que velan
la huella de la noche

no quiero que te vayas
no me quites la mano que te toca
este gajo jugoso
este toque de pelvis 
                       que no puede borrarte
y que te ama



 
LA NOTTE è terminata
e non c’è acqua che sciacqui
la tua traccia dal mio corpo

le ciarde di tenebre
                          sulle mie spalle
sono il bacio di un lago di catrame
il catrame di un bacio d’ombre
le ombre della tua saliva scura

non so come togliermi le impronte
                                         dei tuoi denti
quei monaci inginocchiati sui moli del collo
quei moli che vegliano
l’impronta della notte

non voglio che te ne vada
non togliermi la mano che ti tocca
questo spicchio succoso
questo tocco di pelvi
                             che non può cancellarti
e che ti ama
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