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POESIA SPAGNOLA : Julieta Valero

POESIA SPAGNOLA : Julieta Valero

7 Dicembre 2017
Julieta Valero (Madrid, 1971) è poeta, editor e organizzatrice culturale. Ha pubblicato le raccolte Altar de los días parados (Bartleby, 2003), Los heridos graves (DVD, 2005), Autoría (DVD, 2010), con cui ha ricevuto il prestigioso Premio Ausiás March, Que concierne (Vaso Roto, 2015) e l’antologia Libro de las conjugaciones (Ediciones del 4 de agosto, 2016).
«Nella poesia di Julieta Valero l’anima delle forme e dei modi di dire inghiotte l’attenzione del lettore-traduttore che si vedrà obbligato a eludere il desiderio (primigenio, lecito?) di generare spiegazioni, ma allo stesso tempo soccomberà dinanzi alla necessità di costruire il detto, come un bambino concentrato a mettere insieme i pezzi di un gioco sofisticato.» Così Carmen Leonor Ferro ci introduce alla poesia di Julieta Valero nel volume che ha recentemente curato per noi. I feriti gravi e altre poesie è la prima antologia poetica della Valero in lingua italiana; la traduzione è di Matteo Lefèvre.





DÓNDE PUEDE SER VISTO.
QUÉ LUGARES FRECUENTA
 
 
Transcurres en todo lo que queda innombrado.
Sucedes en la arena que a la mano del tiempo se escapa.
 
Ocurre tu sexo mientras nadie lo mira,
florece y se licencia
en un triste salón
y nadie va a verlo.
 
Tienes lugar en los ojos de tu madre,
en la boca de amigos, sastres y tenderos,
en el silencio de los contables,
en todas las palabras, comidas y siniestros
a los que renunció tu memoria.
 
Pero aconteces como nunca en las aceras
cuando libre de vigilias irrumpe
tu sola forma oceánica.
 
 
Tu sola forma oceánica,
los modos del mercurio.
 
Eres un exilio, un empeño en mil direcciones,
la fuerza del viento y su mal maridaje.
Parece que tus ramas brotaran alianzas,
que todo fueran signos de un íntimo
alzamiento.          Y caen
las hojas, y no hay estruendo,
sinfonía ni conclusión.
 
 
Aunque exactamente hermoso, un instante.
 
 
Nunca sabrás el rostro que llevas cuando nadie te mira.
Es un pez del abismo, es un cuento hecho carne,
lo que dicen los dioses cuando está amaneciendo,
lo que piensa un atlante cuando ve que le acechan.
Don del errante, gran dignidad y un lecho para la dulzura.
 
 
Pero tú nunca sabrás de ti en tesoro.
 
 
 
Los días cabalgan en los días,
porta un recuerdo de sí todo lo que se rompe,
la ciencia del collar rige a los mortales.
 
 
Pero tú nunca, unánime nunca, nunca cielo de ti.

 
 
 
 
 
 
 
DOVE PUÒ ESSERE VISTO.
QUALI LUOGHI FREQUENTA
 
 
Trascorri in tutto ciò che resta innominato
Succedi nella sabbia che alla mano del tempo sfugge
 
Occorre il tuo sesso mentre nessuno lo guarda
fiorisce e si laurea
in una triste aula
e nessuno va a vederlo.
 
Hai luogo negli occhi di tua madre,
sulla bocca di amici, sarti e bottegai,
nel silenzio dei contabili,
in tutte le parole, nei pasti e nei sinistri
a cui ha rinunciato la tua memoria.
 
Ma accadi come mai prima sui marciapiedi
quando libera da veglie irrompe
la tua sola forma oceanica.
 
 
La tua sola forma oceanica,
i modi del mercurio.
 
Sei un esilio, uno sforzo in mille direzioni,
la forza del vento e la sua cattiva combinazione.
Sembra che i tuoi rami fioriscano alleanze,
che tutti siano segni di un’intima
rivolta.                        E cadono
le foglie, e non c’è strepito,
sinfonia o conclusione.
 
 
Ancorché letteralmente splendido, solo un istante.
 
 
Non saprai mai il volto che hai quando nessuno ti guarda.
È un pesce degli abissi, è un racconto fatto carne,
ciò che dicono gli dei quando sta facendo giorno,
ciò che pensa un atlantideo quando vede che lo incalzano.
Dono dell’errante, grande dignità e un letto per la dolcezza.
 
 
Ma tu non saprai mai di te il tesoro.
 
 
 
I giorni cavalcano nei giorni,
trascina un ricordo di sé tutto ciò che si rompe,
la perizia di una collana regge i mortali.
 
 
Ma tu mai, unanime mai, mai cielo di te.
 

 
 

 
Da Altar de los días parados (Altare dei giorni fermi), 2003
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
PREVIO AL SOL
 
#spanishevolution
 
 
Desnudas de cintura para abajo, las jóvenes parejas aguardan en el patio a que el último se decida a bajar. Quieren hablar del lugar de la vergüenza, sin duda la inmovilidad. Pero es que tras acotarla, madre, tras tirotear sus paredes, escribir una ópera a su costa, llegaron correos casi niños sobre caballos reventados: en sus manitas, ciertas razones comunales parecían cascabelear.
 
 
Qué del movimiento ahora, ese de nuestros saltos a piscinas bajo pérgolas amarillo juventud, amarillo indetectable desgracia: en tus narices doctoradas se produce un saqueo temporal y tú ni te enteras o bebes para tropezar delgadamente a la salida de tugurios en madrugada.
 
 
 
Trémulos de cintura para abajo, funcionarios de la fecundidad, vemos por el canal permanente a todos esos chicos del Sur. Han descubierto que una multitud tiene su centro en cada una de las partes. Colibrí inmune a las técnicas de interrogación.
 
 
Con plural de frío, vamos haciendo pan y vamos haciendo crítica: récord de paz sin enmiendas pero demasiados años de lactancia, demasiada oralidad. La mala encrucijada metida en el hojaldre de esta suerte histórica. Hemos santificado la siesta, sí, pero ahora nuestros deseos se adelantan veinte décadas a la moral de quienes venían a arroparnos.
 
 
Sácate la escaramuza de la boca y piensa en formas del sonido que trasciendan la representación. Más arriba, digamos que en los fiordos del Mediterráneo, miles de hombres se afeitan sin apenas luz y añoran el mar. Andan demostrándose, demostrándonos, fabriles de sí.
 
 
 
La ministra de Trabajo llora al anunciar las nuevas medidas; en otro costado de la fontana barroca, el rostro del presidente se pone extrajudicial y legendario “Sí, lo hemos ejecutado; quien piense que no lo merecía es que tiene un problema mental”.
 
 
 
En red las instrucciones; también la posibilidad de errar. Unas monedas por tu espalda. Un FIN.
 

 
 
 
 
 
 
ANTERIORE AL SOLE
 
#spanishevolution
 
 
Ignude dalla cintola in giù, le giovani coppie attendono nel cortile che l’ultimo si decida a scendere. Vogliono parlare del luogo della vergogna, senza dubbio l’immobilità. Ma è che dopo averla circondata, madre, dopo aver mitragliato le sue pareti, scritto un’opera a sue spese, arrivarono messaggi quasi bambini su cavalli stramazzati: nelle loro manine certe ragioni mature sembravano rinfanciullire.
 
Cosa del movimento ora, questo dei nostri tuffi in piscine sotto pergole giallo gioventù, giallo inindividuabile disgrazia: nelle tue narici addottorate si produce un saccheggio temporale e tu neanche te ne accorgi o bevi per poi inciampare delicatamente all’uscita di tuguri all’alba.
 
 
Tremanti dalla cintola in giù, funzionari della fecondità, vediamo attraverso il canale permanente tutti questi ragazzi del Sud. Hanno scoperto che una moltitudine ha il suo centro in ognuna delle parti. Colibrì immune alle tecniche di interrogatorio.
 
 
Con plurale di freddo, facciamo pane e facciamo critica: record di pace senza modifiche ma troppi anni di allattamento, troppa oralità. Il cattivo abbinamento messo nella sfoglia di questa sorte storica. Abbiamo santificato la siesta, sì, ma ora i nostri desideri sono venti decenni avanti alla morale di chi ci imbacuccava.
 
 
 
Togliti la scaramuccia dalla bocca e pensa a forme del suono che trascendano la rappresentazione. Più su, diciamo nei fiordi del Mediterraneo, migliaia di uomini si sbarbano senza quasi luce e rimpiangono il mare. Dimostrano, ci dimostrano, costruttori di sé
 
 
 
La ministra del Lavoro piange mentre annuncia le nuove misure; dall’altro lato della fontana barocca, il volto del presidente si fa extragiudiziale e leggendario “Sì, lo abbiamo giustiziato; chiunque pensi che non lo meritava deve avere un problema mentale”.
 
 
 
In rete le istruzioni; anche la possibilità di errare. Alcune monete lungo la tua schiena. FINE
 

 
 

Da Que concierne (Che riguarda), 2015
 



 
Poesie tratte da: Julieta Valero, I feriti gravi e altre poesie, traduzione di Matteo Lefèvre,
nota introduttiva di Carmen Leonor Ferro, Raffaelli Editore 2017.
http://www.raffaellieditore.com/i_feriti_gravi_e_altre_poesie


 
 
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