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anno 4 - N° 11
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POESIA ITALIANA : Raffaela Fazio

POESIA ITALIANA : Raffaela Fazio

28 Maggio 2019
«Occorre un umile ardire, oggi, per ricercare il senso del proprio viaggio poetico nelle parole della Scrittura», così Massimo Morasso apre la sua prefazione a Midbar, l’ultima raccolta poetica di Raffaela Fazio (Arezzo, 1971). Laureata in lingue e politiche europee e specializzata in interpretariato, la Fazio ha conseguito a Roma un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali, con studi incentrati sull’esegesi biblica e sull’iconografia cristiana. Traduttrice e poetessa, è autrice di diversi libri di poesia. Le ultime raccolte sono L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015), Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) e L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018).

«MiDBaR, deserto. DaBaR, parola. Il deserto come luogo della parola, che nasce nel silenzio e al silenzio ritorna, dopo aver attraversato distanze, pericoli, solitudini». R. Fazio
 




DABAR
 
 
Ogni parola è un passo.
Cambia nel dirsi e nell’ascolto
come una distanza
raggiunta con il corpo
e superata.
Fonda flessuosa luce le cresce dentro
se in alto
o nella misura dell’appoggio
più spazio riesce a separare
l’immagine dal nome.
 
E il nome pronunciato
è già percorso.
Non c’è certezza di un inizio
sul cammino.
L’origine ci sfugge
come l’istante
in cui tutta la lingua si dispiega
e il bambino
di colpo sa parlare.
 
Ogni parola è un balbettare
forte dell’inciampo
con cui il suono
l’invera mano a mano.
 
Nasce dal deserto e non lo lascia:
mentre lo attraversa
ne spinge il confine più lontano.
E nel silenzio si vede
riflessa, incinta di echi
come il profeta
che muore
carico di futuro
sulla soglia
della terra promessa.
 







BABELE
 
 
Cercammo un nome
per paura della morte
squadrammo la parola.
E la parola-argilla
scordò che era terra
reclamò l’altezza di una torre
divenne più preziosa della vita.
Per lei
rinunciammo al tempo del riposo
alla carezza, allo spazio
che differenzia il senso.
Finché
fu il mondo un’evidenza
senza volto
– rumore
di fondo
che nessuno ascolta.
 
Ma nella dispersione
capimmo
che il nome dura solo
se dalla voce affiora
l’uomo.
 
 





 
 
PARLERÒ IO
 
“Perché mi nascondi la tua faccia e mi consideri come un nemico?” (Gb 13,24).
 
“Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro. Languisco dentro di me” (Gb 19,27).
 
 
1.
 
Ricordati
che è un soffio questa vita.
Il mio occhio s’abbuia
si perde.
Il tuo
mi cercherà solerte
ma io non sarò più:
chi cade giace inerte
non germoglia
se lo tagli
nulla ricresce.
 
Perché conti i miei passi
mi dai la caccia
e ti nascondi?
Perché trafiggi
le mie reni?
Sei tu che mi plasmasti!
 
Se almeno
tu mi chiudessi nella morte
fino a svuotarti d’ira
e poi mi richiamassi!
Risponderei.
E tu di nuovo
mi vorresti.
 
 
2.
 
Cos’è che crolla in me?
Cosa rimane
se stendi uguali i giorni
sul boia e l’innocente?
Chi mente
non vacilla.
Prospera il più forte
e il gregge dell’iniquo
non ha aborti.
Perché taci?
Dove il mio sbaglio?
L’uomo
scandaglia il mare
fruga la terra
cerca nelle rocce l’oro.
Ma non c’è spazio o tempo
da cui estrarre
l’ultimo responso.
Non si acquista
con onice o topazio.
La mente non lo scova
non l’ospita l’udito
la voce
gira su se stessa.
 
 
3.
 
Ma è successo.
Invece
di trovare una risposta
ti ho visto
coi miei occhi.
 
Su me
le tue pupille
sono le stelle e il buio
che le tiene, la creta
premuta dal sigillo
la neve, l’alta pastura
il parto della cerva
e i nervi
di ogni creatura indomita.
Sono il pianto
che conforta
 
e anche la morte
che finisce
dove al tuo sguardo il mio sguardo
senza capire
si unisce.
 





Da: Raffaela Fazio, Midbar, Raffaelli 2019


 
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