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anno 4 - N° 13
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POESIA HONDUREGNA : Kris Vallejo

POESIA HONDUREGNA : Kris Vallejo

5 Febbraio 2019
Nata a Tegucigalpa, Honduras, nel 1974, si è prima diplomata presso la Scuola Nazionale di Belle Arti dell'Honduras, poi laureata in Pubblicità presso l'Universidad Latina di Panamá. Artista, consulente di design e immagine grafica, da 22 anni si distingue, sperimentando materiali diversi e supporti grafici e plastici, per opere ove spesso la figura femminile funge da pretesto per un discorso su temi sociali ed estetici che riguardano anche la sua scrittura in versi.





SAFO
 
 
En cuartos cerrados se celebran rituales
De esos que cambian el curso de los ríos
Y matan lenguajes atávicos
Allí juntamos las manos tibias
Como rocas al pie del volcán
Los ojos llenos de nubes cansadas de descifrar
[destinos
 
En cuartos cerrados nos abrazamos
A la corteza destrozada de la espera
Damos suspiros contra paredes hondas
Queriendo beber de los ventanales del mañana
 
Nada que se tropiece con la luz que se extingue
Nada que estorbe en la caída y el pozo
 
¿Qué somos si no un pozo?
Adentro todas las tormentas, todas las lágrimas
Nadie se asoma si no es con sed
Los veranos son largos en nuestra canícula
¿Qué pájaros hacen sus nidos en un pozo?
 
He de cantarte en mi voz más suave
En este cuarto cerrado quiero tomar tu mano
Llevarte entre los filones de oro que salen de mi vientre
 



 
 
SAFFO
 
 
In stanze chiuse si celebrano rituali
Di quelli che cambiano il corso dei fiumi
E uccidono linguaggi atavici
Lì uniamo le mani tiepide
Come rocce ai piedi del vulcano
Gli occhi pieni di nuvole stanche di decifrare
[destinazioni
 
In stanze chiuse ci abbracciamo
Alla corteccia distrutta dell’attesa
Emettiamo sospiri contro pareti profonde
Volendo bere alle finestre del domani
 
Niente che inciampi nella luce che si estingue
Niente che disturbi nella caduta e nel pozzo
 
Che cosa siamo se non un pozzo?
Dentro tutte le tempeste, tutte le lacrime
Nessuno si affaccia se non con sete
Le estati sono lunghe nella nostra canicola
Quali uccelli fanno i loro nidi in un pozzo?
 
Ti canterò nella mia voce più dolce
In questa stanza chiusa voglio prendere la tua mano
Portarti tra i filoni d’oro che escono dal mio ventre
 







 
 
 
A VECES ME LLAMAN MUJER
 
 
Agua suficiente para sumergirse
                                                     (la pista indeleble que aún poblamos con nuestro cuerpo)
 
Me llaman, si es que me llaman
                                                     (tengo muchos nombres,
                                                       oblicua y obscena me llaman,
                                                       víspera y punzada me llaman)
 
Vengo de donde vienen todas las cosas
(más probable que una balanza vengo,
 entre los sosiegos de un terremoto)
 
En la tierra angulosa y recogida
                                                     (!qué dulce el sabor de los huesos!
                                                       mi canto, mi sustento)
 
Soy pies que se aferran ahí donde me llaman
                                                     (pedestal esparcido en divisiones atómicas,
                                                      me alterno de un pie a otro para no naufragar)
 
¿Quién me dará sed si estoy saciada?
¿Quién montará pabellones de sal entre las heridas de mi palabra?
 
Tendré que besar los labios del enemigo
en la misma cama habitada y enternecida del mundo,
allá afuera,
donde nos escondemos al despertar
 
En la anatomía de las edades
la célula primera florece en mis manos
 
 
 




 
A VOLTE MI CHIAMANO DONNA
 
 
Acqua sufficiente per sommergersi
                                                     (la pista indelebile che ancora popoliamo con il nostro corpo)
 
Mi chiamano, se mi chiamano
                                                     (ho molti nomi,
                                                      obliqua e oscena mi chiamano,
                                                      vigilia e fitta mi chiamano)
 
Vengo da dove vengono tutte le cose
                                                     (più probabile di una bilancia vengo,
                                                      tra le tranquillità di un terremoto)
 
Sulla terra spigolosa e raccolta
                                                     (com’è dolce il sapore delle ossa!
                                                      il mio canto, il mio sostentamento)
 
Sono piedi che si aggrappano lì dove mi chiamano
                                                     (piedistallo sparso in divisioni atomiche,
                                                      passo da un piede all’altro per non naufragare)
 
Chi mi darà da bere se sono sazia?
Chi monterà padiglioni di sale tra le ferite della mia parola?
 
Dovrò baciare le labbra del nemico
nello stesso letto abitato e intenerito del mondo,
lì fuori,
dove ci nascondiamo al risveglio
 
Nell’anatomia delle età
la cellula prima fiorisce tra le mie mani
 
 






Da: Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n. 6, a cura di W. Raffaelli e G. Lauretano, Raffaelli 2018.
 
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