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AMERICAN POETRY : Emily Grosholz

AMERICAN POETRY : Emily Grosholz

13 Marzo 2017
Qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di incontrarla, oggi la presentiamo nel nostro nuovo numero di Terza Pagina. Stiamo parlando di Emily Grosholz (Philadelphia, 1950), filosofo per formazione, Liberal Arts Research Professor of Philosophy alla Pennsylvania State University, responsabile della direzione e del coordinamento scientifico per The Hudson Review, nonché membro del comitato editoriale per le riviste Journal of the History of IdeasStudia Leibnitiana e Journal of the Humanistic Mathematics. Ma la Grosholz è anche una grande viaggiatrice e autrice eccezionalmente versatile. La sua produzione comprende non solo testi scientifici, ma anche racconti di viaggio e, soprattutto, poesia.
Nel 2014 aveva dato alle stampe la sua settima raccolta poetica intitolata Chilhood, successivamente da noi pubblicata in un’edizione con testo originale a fronte a cura di Sara Amadori, unica traduzione italiana delle sue opere (Infanzia, 2016). Stiamo parlando di un lavoro che si avvale di una preziosa collaborazione, quella con Lucy Vines che del libro ha realizzato le illustrazioni.
In Childhood / Infanzia, forse ancor più che nelle opere precedenti, si percepisce l’alto valore dell’esperienza personale dell’autrice, che fra le molte altre cose è anche madre di quattro figli, due dei quali adottati. Non a caso Sara Amadori aveva scritto così di lei e della sua poetica: «Emily Grosholz è una presenza singolare nella letteratura americana. Pur essendo filosofa di formazione, i suoi versi non propongono una riflessione astratta sull’Essere. La possibilità di parlare dell’universale nasce dalla necessità di osservare la vita reale, le molteplici manifestazioni dell’esistenza quotidiana. La sua parola poetica stabilisce costantemente un’intima relazione dialogica con la sua esperienza: i suoi viaggi, la sua infanzia e quella dei suoi figli, la sua vita familiare, le relazioni professionali e d’amicizia ci aprono le porte di una soggettività esistenziale che si vuole all’origine della parola poetica.»
Di Childhood / Infanzia avevamo dato un assaggio nel nostro ultimo Almanacco, il n. 4/2016, oggi ne riproponiamo alcuni estratti.



Listening
 
 
Words in my ear, and someone still unseen
Not yet quite viable, but quietly
Astir inside my body;
 
Not yet quite named, and yet
I weave a birthplace for him out of words.
 
Part of the world persists
Distinct from what we say, but part will stay
Only if we keep talking: only speech
Can re-create the gardens of the world.
 
Not the rose itself,
But the School of Night assembled at its side
Arguing, praising, whom we now recall.
 
A rose can sow its seed
Alone, but poets need their auditors
And mothers need their language for a cradle.
 
My son still on his stalk
Rides between the silence of the flowers
And conversation offered by his parents,
Wise and foolish talk, to draw him out.

 


 


In ascolto
 
 
Nel mio orecchio parole, e invisibile una presenza
vitale ancora incompiuta, ma silenziosamente
vivace nel mio corpo.
 
Ancora senza nome, ma per lui
ricamo con le parole un letto natale.
 
Una parte del mondo può vivere
libera dai nostri discorsi, ma una parte persiste
solo così: solo parlando
ricreiamo i giardini del mondo.
 
Non la rosa in sé,
ma riunita al suo fianco la “Scuola della Notte”,
che ricordiamo mentre dibatte e loda.
 
Una rosa può spargere il seme
sola, ma ai poeti serve un pubblico
e alle madri una lingua, per la culla.
 
Ancora in bocciolo il mio bimbo
attraversa in bici il silenzio dei fiori
e i discorsi leggeri e saggi dei suoi genitori,
in dono, per vederlo fiorire.
 
 


 

Accident and Essence
 
 
Whose eyes are those? Bituminous black eyes
That shine with sheer inventiveness, and love,
And when they weep, burn with a smoky flame.
Dearer than my own,
They stem from people I have never seen.
 
All I can say of you began the morning
You were delivered whole into my arms
And suddenly we became
Mother and child, not interlocked by blood,
Only by love’s half-accidental essence.
 
Your cry two flights away
Startles me up the stairs and out of sleep;
I find you in the dark unerringly.
All that I don’t know travels in the light
Without allusion, like a daytime ghost.
 
Surely the nameless parents of your birth,
Their parents’ parents and collateral kin,
Must often surface on your changing face.
But I can only guess them in your smile
That stirs and answers mine.
 
And so they gather, fleetingly refracted,
But real to both of us:
Your birth-grandmother’s gesture when she shook
Her head in disbelief, and her tall husband’s
Rounded cheek, his open-throated laughter.
 
 

 


Accidente ed essenza

 
Di chi sono quegli occhi? Bituminosi occhi neri
brillanti di pura immaginazione, e d’amore,
quando piangono bruciano di fiamma e fumo.
Più cari dei miei stessi occhi,
originano da gente mai vista.
 
Ciò che so di te cominciò il mattino
in cui le mie braccia accolsero tutto di te
e subito fummo
madre e figlio, intrecciati non dal sangue,
ma solo dall’essenza semi-accidentale dell’amore.
 
Il tuo pianto, al piano di sopra, mi fa volare
alle scale, fuori dal letto:
puntualmente ti trovo lì, nel buio.
Tutto ciò che non conosco viaggia nella luce
senza allusioni, come un fantasma diurno.
 
Senza dubbio gli ignoti genitori che ti hanno dato la vita,
i genitori dei loro genitori, gli altri parenti,
sono presenze che affiorano sul tuo mutevole volto.
Eppure posso solo immaginarli nel tuo sorriso
che si risveglia in risposta al mio.
 
Così eccoli raccolti, in un riflesso fugace,
ma autentico per noi due:
la tua nonna naturale, col suo gesto quando scuoteva
la testa incredula, e il suo imponente marito,
con le guance rotonde, la risata piena.
 
 

 


To My Daughter
 
 
You are so small that shallow water
Breaks above your shoulders, but you stand
Straight with your feet in the sand,
Frightened, delighted.
 
Your salt blood, blue-green
In rivulets beneath the skin,
Draws you away from me:
You were the ocean’s daughter
Before you were ever mine.
I too, before you were born,
Escaped my mother.
 
Little one, though you and I
Hold ourselves hard against
The tide of that great river
Rounding continents,
We are fluid at our center.
 
One day you’ll take the waves
In your arms like a lover
As I do now, for hours
Half in, half out
Of that seductive element.
 
O ride forever on your diviner parent,
Though I am long dissolved away,
Ride over the crests, as bright,
As fine, as wildly play.





 
A mia figlia
 
 
Sei così piccola che anche dove è bassa
l’acqua ti arriva alle spalle, ma non cedi,
dritta nella sabbia sui tuoi piedi:
spaventata, deliziata.
 
Il tuo sangue salato, in rivoli
verdazzurri sotto la pelle,
ti trascina via da me:
eri figlia dell’oceano
prima ancora di essere mia.
Anch’io, prima di te, sono nata
dall’oceano di mia madre.
 
Piccola mia, sebbene io e te
ci stringiamo forte
contro la corrente di quel grande fiume
che abbraccia i continenti,
il nostro centro è liquido.
 
Un giorno accoglierai le onde
tra le tue braccia come un amante,
come faccio io adesso, per ore,
un po’ dentro, un po’ fuori
da quel seducente elemento.
 
Lasciati portare sempre dalla tua madre rabdomante,
anche se sarò già dissolta.
Cavalca le onde, così luminosa,
così meravigliosa, così selvaggia gioca.



 
Traduzione di Sara Amadori per Raffaelli Editore
 
“Terza Pagina” è una rivista internazionale di cultura contemporanea diretta dall’editore Walter Raffaelli per gli amici della sua casa editrice.

La collaborazione è per invito.

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