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anno 1 - N° 06
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AMERICAN POETRY : MARK SABA

AMERICAN POETRY : MARK SABA

3 Ottobre 2016
I testi che qui presentiamo sono tratti dal libro di poesie di Mark Saba, Painting a Disappearing Canvas (Dipingendo una tela che scompare), uscito presso l’editore “Grayson Books” di West Hartford (Connecticut) nel 2014. Nato a Pittsburgh in Pennsylvania nel 1957 da un padre di origini sarde e abruzzesi, e da una madre di origini polacche e lituane, Mark Saba studia a Wesleyan University nel Connecticut e a Hollins College in Virginia, dove ottiene un M. A. in inglese, e dove comincia a scrivere poesia e narrativa. Suoi racconti, poesie e saggi sono usciti in varie riviste letterarie e in antologie; è vincitore del Premio Mellen per la Poesia. Saba ha pubblicato due romanzi ed è anche pittore. Lavora all’Università di Yale (a New Haven nel Connecticut) come illustratore di testi di medicina e come designer. 
A Garden of Refuse

Don’t give me flowers bordering the yard
in colors too pure to believe.

Don’t give me sunlight unobstructed
by inclement weather, shining on grass

as green as the first living day.
Don’t bring me overwhelming scents

nor the velvety petals of Earth’s desire.
I’d rather sit in a moon-lit garden

of box springs and rusting cars,
a flattened pillow here and there,

abandoned electric stoves and smudgy dial
phones; maybe a lost earring (that tells

a story) and my grandfather’s shoes.
I’d feel more akin to these things

and to those who made them. I’ll laugh at the perfect
garden, curse it down, before those velvety petals

take me in, and Earth holds me silently
in the last laugh.




 
Un giardino di rifiuti

Non datemi fiori che orlino il cortile
con colori troppo puri per essere veri.

Non datemi luce solare non interrotta
dal tempo inclemente, luce che splende sull’erba

verde come nel primo giorno della creazione.
Non recatemi aromi irresistibili

e neppure i petali vellutati del desiderio della Terra. 
Preferisco starmene seduto in un giardino sotto la luna

pieno di molle di materassi e di automobili arrugginite,
con cuscini schiacciati sparsi qua e là, 

stufe elettriche abbandonate e telefoni a disco
tutti sporchi; e magari un orecchino smarrito

(che chissà quante potrebbe raccontarne) e le scarpe di mio nonno.
È a questi oggetti che mi sento più affine

e a coloro che li hanno fabbricati. Voglio ridere del giardino perfetto,
voglio maledirlo, prima che quei petali vellutati

mi risucchino, e prima che la Terra mi racchiuda silenziosamente
nell’ultima risata.
 



The Immensity of Being 

A baseball flies high above
a city-lot field, spinning its yin/yang
of white and white. The players look up;
they too are caught in its slow motion,

uncertainty, complexity of being that entices
them all. Each has a new center of self—
thirty-five feet in mid-air, nothing
underneath, a changing perspective

of the immensity of themselves. The hills round out
and rivers cut a clearer course. Every city
and landscape they once disowned
comes back, to fill-in the scene

and prepare the way for this ball’s
landing. The very air conducts time,
driving deeply into their refreshened lungs
like a chill, a brief removal

from the landed game, a twirling white madness
that must come to rest.



 
L’immensità dell’essere

Una palla da baseball vola alta
su un campo cittadino, facendo roteare il suo yin/yang
di bianco su bianco. I giocatori guardano in su;
anche loro sono colti in questo movimento al rallentatore,

in questa incertezza, in questa complessità dell’essere
che tutti li attrae. Adesso ognuno ha un nuovo centro di sé —
a una decina di metri per aria, e sotto
 niente, in una cangiante prospettiva

dell’immensità di loro stessi. Le colline si arrotondano
e i fiumi tracciano un corso più chiaro. Ogni città
e ogni panorama che un tempo avevano ripudiato
fa ritorno, per arredare la scena

e preparare il percorso all’atterraggio
di questa palla qui. L’aria stessa fa da conduttrice
del tempo, penetrando nei loro polmoni rinfrescati
come un brivido di freddo; è una breve dilazione

dal gioco aderente a terra, è un bianco mulinello di follia
che inevitabilmente dovrà arrestarsi. 





Fire Burned Through the Sacred Heart of Jesus

And left the yellow house
black and tan: bursts of shadow
at every window, cinder smell
and ever-evening for those
walking by. Anachronistic emptiness

now faces the pine-limned lake,
marring the settled suburb perfection
on either side. Jesus appears
on the screen door, his heart in flames
the only color left of this family’s

kaleidoscopic past. His eyes
look out, his hands point inward,
and burnt yellow eats away
his hair. St. Margaret Mary Alacoque
once had a vision. She saw Jesus’ heart

exposed and brilliant, as if
in flames, and interpreted this as a sign
that the world had turned away from him
and his all-consuming love. We must
consecrate our homes to him
, she said,

till they burn by his example.



 

Il fuoco arse attraverso il Sacro Cuore di Gesù

E ridusse la casa gialla
ai colori del nero e del marrone: scoppi d’ombra
a ogni finestra, odor di carbone
e sempre-sera per i passanti.
Un vuoto anacronistico s’affaccia

ora sul lago adornato dai pini,
guastando da entrambi i lati 
la fissa perfezione suburbana. Gesù appare
sulla porta scorrevole, e il suo cuore in fiamme
è il solo colore rimasto dal caleidoscopico passato

di questa famiglia. I suoi occhi 
guardano in avanti, le sue mani puntano in dentro 
e un giallo bruciaticcio gli corrode
i capelli. Santa Marguerite-Marie Alacoque
ebbe una volta una visione. Vide 

il cuore di Gesù denudato e scintillante,
quasi che fosse in fiamme,
e interpretò il tutto come un segno
che il mondo si era distolto da lui
e dal suo tutto-consumante amore.

Dobbiamo consacrare
a lui le nostre case, disse lei,

fino a che ardano secondo il suo esempio.





(Traduzioni di Paolo Valesio, da: Almanacco dei Poeti e della Poesia contemporanea n. 1 - 2013).


 
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